Due numeri digitalizzati del “Bollettino del Centro Studi Landolfiani”

 

 
Dal 1996 al 2007 il Centro Studi Landolfiani di Siena, fondato e diretto da Idolina Landolfi, pubblicò undici bollettini ospitanti contributi critici originali sull’opera di Tommaso Landolfi. Alcuni dei contributi lì presenti non sono stati ristampati altrove; quest’ultima ragione, in particolare, ci ha indotto a digitalizzarne progressivamente i contenuti per metterli a disposizione dei nostri utenti.

Qui, in alto a destra, si trova in formato .pdf il n. II del “Bollettino”.
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Da “Gli anelli di Saturno”, di Alessandro Gaudio

 

 
Gli scritti pubblicati di seguito sono estratti dall’agenda di filosofia della letteratura redatta settimanalmente da Alessandro Gaudio per l’«Eco dei monti» (storica testata fondata a Nicosia, in Sicilia, nel 1905), che ha per titolo Gli anelli di Saturno. Il progetto complessivo, come scrive l’autore, «prevede di ricostruire un percorso all’interno della cultura del Novecento che, attraverso sintetici riferimenti alla letteratura, alla filosofia, alla psicanalisi, alla storia dell’arte e alla fotografia, discuta alcune delle questioni essenziali sulle quali si è interrogata la civiltà capitalistica durante il secolo scorso. Le problematiche sottolineate da Landolfi si uniscono a quelle sollevate da Musil, Trakl, Wittgenstein, Bernhard, Sebald, Volponi, Morselli e altri, formando un sistema di rimandi che, spesso dialetticamente, consente di considerare, da punti di vista inediti, la complessità della cultura moderna».
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Due “miserie” a confronto nel carteggio tra Elsa Morante e Tommaso Landolfi

di DANIELE VISENTINI
 

 

Dal volume “L’amata. Lettere di e a Elsa Morante”, a cura di Daniele Morante (Torino, Einaudi, 2012, € 30,00), una lettura del carteggio con Tommaso Landolfi e una riflessione sui numerosi spunti che questo offre: dallo spaccato sulla crisi personale dello scrittore alle confessioni intime sul senso dell’amicizia e della letteratura.

 
 

Costante fondamentale dell’opera di Elsa Morante, dagli esordi sino all’ultimo romanza, Aracoeli, è una tensione poetica (o, più correttamente, mitopoietica) alla cui fonte si situa una presa di coscienza drammatica sul reale, con i suoi attributi di sfuggevolezza e precarietà. Dove l’illimitato mondo esterno minaccia di continuo il sacrificio dell’espressività individuale, la finzione letteraria isola invece la porzione più pura dell’io, trattenendola nello spazio della pagina e garantendole, paradossalmente, il massimo grado di libertà. Così inteso, l’estro creativo assume un carattere spontaneo e affrancante e, nel contempo, una parvenza di mistificazione. Come gli occhi di un bambino (non a caso l’infanzia è sempre al centro dei suoi libri), gli occhi di Elsa vedono e inventano. Lungi dall’essere un semplice mezzo espressivo, come nel linguaggio degli adulti, la finzione è il fine cui l’afflato poetico della Morante s’indirizza, onde realizzare una palingenesi completa, per quanto illusoria, del proprio orizzonte esistenziale. È ciò che suggerisce, in modo non poi così implicito, lo stesso rivolgimento in versi Alla favola che dà avvio al primo romanzo della giovane autrice, quel Menzogna e sortilegio il cui titolo può funzionare da chiave di volta per la sua intera parabola letteraria:
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Si propone qui di seguito il testo presente nel risvolto a “Diario perpetuo”, a cura di Giovanni Maccari, Milano, Adelphi, 2012. Il volume raccogli gli elzeviri composti da Tommaso Landolfi tra il 1967 e il 1978.

 

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Copertina di “Diario perpetuo”

Fantasie che prendono improvvisamente corpo diffondendo un odore di morte, inspiegabili visioni notturne di un volto umano librato contro un angolo della stanza e la falla sempre in agguato nel tessuto delle apparenze; esistenze che si trascinano per mera forza di volontà o per assurda scommessa come a un tavolo di chemin de fer e il vano tentativo di contrastare il tempo che «reclama con ansia ed angoscia accadimenti»; l’impossibilità di trovare il chiarimento che cerchiamo e la volontà di morte «quale unica possibile dignità, in fondo a ciascun uomo». Sono i motivi fascinosi e allarmanti che subito ci afferrano allorché leggiamo gli elzeviri landolfiani apparsi sul «Corriere della Sera» fra il 1967 e il 1978, e che avrebbero dovuto comporre – se non fosse sopraggiunta la morte dello scrittore – un volume da af­fiancare a Un paniere di chiocciole (1968) e Del meno (1978). Beffardi pezzi di prosa, «innocenti raccontini», amari fram­menti di memoria ai quali è affidato l’assoluto disincanto di un Landolfi che ormai ritiene occorra «una tal quale dose di follia per raccontare una storia», ma non sa e non può rinunciare all’ultima sua risorsa: la scrittura nella sua chimica, provocatoria purezza.

Landolfi senza luna

di ELENA FRONTALONI
 

 

Dei versi di Umberto Saba, Giovanni Raboni apprezzava soprattutto la levigatezza immediata del dire, nemica del critico-scalatore che si getta sulle oscurità del testo poetico per comprenderlo e spiegarlo (complicarlo) con affilati strumenti d’analisi formale. Tra gli strumenti nemmeno tanto affilati, c’è la ricerca delle fonti e delle citazioni dai classici; e quando si tentano simili operazioni per testi poetici del Novecento, stilare la tabella dei debiti dai Canti di Leopardi sembra un passaggio ghiotto e obbligato. Ghiottissimo il caso delle poesie di Tommaso Landolfi: una recente edizione di Viola di morte (diario in versi e prima raccolta poetica dello scrittore di Pico, del 1972, uscita di nuovo nel 2011 per Adelphi) dimostra come questo libro sia costruito interamente col linguaggio della tradizione letteraria e assai ricco di riferimenti leopardiani. Peccato che questi ultimi siano in più occasioni fin troppo smaccati. Il risultato è che in maniera speculare ma al contempo simile di come può capitare con Saba, il critico-scalatore viene disarmato da Viola di morte perché il prestito, o il tradimento, è spesso talmente riconoscibile da dar l’impressione di nascondere qualcos’altro – anche solo un ghigno («par quasi io conosca Leopardi e la sua opera, come deve aver affermato un recensore buontempone», si legge in uno dei primi appunti di Rien va, diario in prosa pubblicato da Landolfi nel 1963).
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