Quarta d’autore N°3

 

 

Riccardo Donati presenta Ottavio di Saint Vincent 

“Ottavio da San Vincenzo con uno stratagemma s’insedia nella sfarzosa dimora della Duchessa di Lzegherzogstvo, vive da gran signore e tratta da pari con i primi della Nazione. Smascherato, resta comunque padrone del gioco, ma infine rinuncia al nuovo stato preferendo tornare ad una vita randagia”: così potrebbe condensarsi l’essenziale della trama se fosse la rubrica d’una novella boccacciana, in un ritmato incastellarsi di appetiti e raggiri. In versione teatrale, tra opera buffa e melodramma (con un tocco di bohème), la storia potrebbe invece suonare così: Parigi, prima della rivoluzione. Notte. Un solitario, squattrinato giovane poeta, nobiluccio decaduto, medita il suicidio. L’incontro in parte fortuito in parte cercato con una fascinosa dama russa potrebbe cambiare il suo destino; sotto mentite vesti, districandosi tra maligni lacché e rivali titolati, conquisterà la ricchezza e l’amore? O, ancora, a volerne cogliere il sugo in termini latamente pirandelliani: il sogno d’una civiltà di maschere genera naufragi identitari e smarrimenti metafisici.

            Si sta, evidentemente, giocando, ma è un gioco forse utile a mettere in luce la poliedricità del romanzo breve, o racconto lungo, Ottavio di Saint Vincent (1958), testo ancor oggi godibilissimo, collocato al crocevia di più codici della nostra tradizione (con un inizio, addirittura, alla Jacopo Ortis), senza peraltro che tale intersezione giunga mai ad offuscare l’inconfondibile profilo di Landolfi, la cui lingua (una prosa che, notava Montale, sembra scritta da un settecentesco traduttore di Shakespeare), i cui temi, le cui ossessioni, per tacere dei tocchi metaletterari e dei riflessi autobiografici – insomma tutto l’armamentario da recitar scrivendo che gli è proprio – si trovano qui esemplarmente concentrati. L’Ottavio parte infatti come una novella di arguzie e inganni, vira poi verso i modi di una schermaglia di sentimenti e puntigli Ancien Régime, si conclude infine sui toni sospesi e cinico-metafisici del racconto modernista. L’intera vicenda sta in bilico tra due vuoti: il niente persuaso di essere qualcosa degli antenati feudali (l’arrogante Delfino di Francia, il vanesio Principe Ludovico Francesco, l’annoiato Cugino: insomma il mondo che fu, irriso e un po’ rimpianto) e il nulla angosciosamente consapevole di sé del soggetto, o meglio soggettuccio, novecentesco. I primi, gli avi, sono silhouette che si avvicendano in una ronde sfiatata, figurine bidimensionali la cui voluntas gracile e patetica si disperde in mille futili volizioni passeggere (l’impuntatura bizzosa, l’ambizioncella, l’avidità meschinetta e fiacchissimi istinti corporei). L’altro, il personaggio-uomo Ottavio, almeno all’apparenza sbalzato a rilievo e capace di pensiero e di azione, soffre invece di noluntas, morbo terminale della contemporaneità i cui sintomi sono l’indeterminatezza (tarlo inerente alla realtà) e l’irresolutezza (cruccio endemico della coscienza).

            E pensare che al fondo del suo temperamento, e di quello della Duchessa, anima (forse) gemella, ci sarebbe un’ardente, romantica aspirazione all’assoluto e alle passioni totalizzanti – àuspici magari le generose favole della poesia e i fausti segni del cielo. Che disdetta però che a separare i due “primi innamorati”, in altri tempi destinati senza fallo a un epilogo felice, vi sia quel male di vivere che inibisce non tanto l’appagamento dei desideri quanto la capacità stessa di desiderare, insomma la noia, in senso leopardiano (“chi dice assenza di piacere e dispiacere, dice noia”). Né lui né lei sanno, né vogliono, né possono decidersi perché niente sta davanti ai loro occhi in modo positivamente dicibile e conseguibile. Anche la menzogna, anche l’infingimento, che pure sono stati (da parte d’entrambi) il motore primo dell’intera parabola dei fatti rappresentati, non sono determinazioni bensì accidenti, sbadiglianti tentativi di procedere in una direzione purchessia. Tanto che Ottavio entra nella magione della Duchessa, e nella di lei vita, a passi stentati, e a passi altrettanto stentati ne esce, senza che mai i loro percorsi s’intreccino davvero.

            Colto nelle sue linee di fondo, l’Ottavio è un conte philosophique giocato a carte scoperte, ricorrendo cioè esclusivamente ai mezzi della letteratura. Un racconto che dal passato prende in prestito soltanto le citrulle (di certo non generose) pretese e illusioni degli avi, di chi cioè ancora credeva di essere e di volere – l’amore, il denaro: non a caso, osservava Debenedetti, il cognome, o predicato nobilesco, di Ottavio, coincide col nome di uno dei più famosi Casinò d’Italia – non essendo né volendo. Dal presente, cioè dall’otto-novecento dei tarli esistenziali e della coscienza infelice, ricava soltanto la ben misera certezza dell’“uggiosa inconsistenza del reale”. Così che anche il giocatore, poeta (cioè fingitore), seduttore, insomma per dirla in una parola impostore Ottavio da Saint-Vincent, doppio sfalsato dello stesso Tommaso, dovrà, infine – in una memorabile sequenza di battute sapide e feroci che fanno pensare al cinema di Bunuel, a un film come L’angelo sterminatore – riconoscersi e accettarsi per quel che è: un simulacro, un’immagine fantasmatica, una vana ombra (eidolon e koufè skiá, nei versi dell’Aiace di Sofocle citati in esergo). Insomma, una figurina, anche lui, oggi alla ribalta, domani confusa tra le quinte.

            A distinguerlo dagli altri personaggi in commedia non è dunque la capacità di scartare dalla strada segnata, o un qualche maggior grado di consistenza, di realtà: è semmai la sventura di non poter più godere del sommo privilegio dell’incoscienza (ancora Giacomo, evidentemente, preso dal suo côté meno progressivo…). E infatti, non essendo possibile alcun movimento in avanti, alcuna spinta trasformativa, al campione di noluntas Ottavio non resterà che assumere, con uno sforzo a suo modo titanico, la prima e forse ultima ferma decisione della sua vita: abbandonare il proscenio, tornare al punto di partenza, sottrarsi alla pantomima d’un vivere solo mimato. E se ne va, infatti, Ottavio, dalla ronde spettrale, da questo vacuo girare in tondo mano nella mano, ben sapendo che il modesto pezzo di teatro cui ha preso parte non è neppure drammatico, neppure luttuoso. È un minuetto, è un capriccio, è uno scherzo: e sebbene la buffonata dia nell’agghiacciante, a lui, antieroe dell’arido vero e non maschera tragica, tocca pure sorriderne.

            Se un destino hanno avuto, nel Ventesimo secolo, i personaggi delle burle medievali, o quelli del teatro e del romanzo settecentesco (gli uomini di garbo, i nobilastri, le mirandoline) è senz’altro questo, abissale e superficiale a un tempo; se una qualche specie di reincarnazione è toccata, nel secondo Novecento, alle maschere filosofiche protagoniste delle Operette morali e delle novelle pirandelliane, è in libri come l’Ottavio di Saint-Vincent che andrà cercata.

 

Riccardo Donati, docente e saggista, insegna all’Università di Salerno. Si occupa di letteratura italiana ed europea dal Settecento a oggi; tra i suoi volumi più recenti: Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico (2016), La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d’oggi e arti della visione (2017), Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda (2020). Nel 2013 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il “Premio Borgia” per i suoi contributi sulla poesia.

 

Dopo Ottavio di Saint Vincent, sarà la volta di Viola di morte a cura di Stefano Carrai.

 

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