Landolfi, Santi e la “terza generazione”: memorie di vizi e notti di luna

 di ANTONIO TARANTINO
 

 
«Pochissimi sanno chi è Landolfi, specialmente tra quelli che hanno letto i suoi libri. Ma degli uomini si avvertono, di solito, i miti che ognuno più o meno volontariamente si crea: a pochi è dato andar oltre. Indubbiamente, Tom è di quegli uomini davanti ai quali si può essere puri di atteggiamenti: proprio l’ultima cosa, questa, che potevo pensare qualche anno fa» (1).
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“I duellanti” – Un contributo critico

di LUCA LENZINI
 

 
Sull’attendibilità di Bilenchi come biografo di Landolfi la figlia dello scrittore, Idolina, nutriva più di qualche dubbio, complice fra l’altro quella disposizione all’aneddoto e alla storia colorita che chi ha conosciuto lo scrittore di Colle val d’Elsa (e forse anche chi, semplicemente, è nato o è vissuto qualche tempo nella provincia senese) riconosceva e riconosce come fonte d’ispirazione per le sue prose impeccabili degli ultimi anni. Tuttavia, qui Luca Lenzini può esibire i documenti e incrociare le testimonianze di coloro che, volenti o nolenti, hanno partecipato all’improbabile disfida fra Luzi e Delfini; sicché l’espressione landolfiana passata in proverbio, così carica di umori teatrali “da operetta”, andrà presa per buona e messa in conto, sul piano linguistico, al singolare impasto della lingua (anche parlata) di Landolfi, mentre sul piano personale si potrà ricordare quella vena di beffardo sadismo che lo rendeva temibile agli amici e sodali delle Giubbe rosse. A proposito di Delfini, si ricordi almeno il malevolo articolo sul Ricordo della basca uscito sulla rivista «Circoli», a. VIII, n. 11, novembre 1939; mentre dal lato opposto si veda il racconto di DELFINI, Lo scrittore, in ID., La Rosina perduta, Firenze, Vallecchi, 1957 e poi in ID., Manifesto per un partito conservatore e comunista e altri scritti, a cura di C. GARBOLI, Milano, Garzanti, 1997.
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Due “miserie” a confronto nel carteggio tra Elsa Morante e Tommaso Landolfi

di DANIELE VISENTINI
 

 

Dal volume “L’amata. Lettere di e a Elsa Morante”, a cura di Daniele Morante (Torino, Einaudi, 2012, € 30,00), una lettura del carteggio con Tommaso Landolfi e una riflessione sui numerosi spunti che questo offre: dallo spaccato sulla crisi personale dello scrittore alle confessioni intime sul senso dell’amicizia e della letteratura.

 
 

Costante fondamentale dell’opera di Elsa Morante, dagli esordi sino all’ultimo romanza, Aracoeli, è una tensione poetica (o, più correttamente, mitopoietica) alla cui fonte si situa una presa di coscienza drammatica sul reale, con i suoi attributi di sfuggevolezza e precarietà. Dove l’illimitato mondo esterno minaccia di continuo il sacrificio dell’espressività individuale, la finzione letteraria isola invece la porzione più pura dell’io, trattenendola nello spazio della pagina e garantendole, paradossalmente, il massimo grado di libertà. Così inteso, l’estro creativo assume un carattere spontaneo e affrancante e, nel contempo, una parvenza di mistificazione. Come gli occhi di un bambino (non a caso l’infanzia è sempre al centro dei suoi libri), gli occhi di Elsa vedono e inventano. Lungi dall’essere un semplice mezzo espressivo, come nel linguaggio degli adulti, la finzione è il fine cui l’afflato poetico della Morante s’indirizza, onde realizzare una palingenesi completa, per quanto illusoria, del proprio orizzonte esistenziale. È ciò che suggerisce, in modo non poi così implicito, lo stesso rivolgimento in versi Alla favola che dà avvio al primo romanzo della giovane autrice, quel Menzogna e sortilegio il cui titolo può funzionare da chiave di volta per la sua intera parabola letteraria:
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