Il “Landolfo”, Landolfi, i Landolfi.

 di DANIELE VISENTINI
 

 

È probabilmente noto ai lettori di Tommaso Landolfi, e indubbiamente è assai noto ai suoi interpreti e critici, il giudizio espresso dall’autore in una rara intervista televisiva circa il suo Landolfo VI di Benevento. Incalzando egli stesso l’intervistatore a chiedergli quale fosse il libro prediletto tra i suoi, e perciò programmando questo speciale verdetto con qualche anticipo, Landolfi asserisce senza tentennamenti che «Il Landolfo […] è senz’altro il suo migliore libro e, per conseguenza, è il meno apprezzato»(1).
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“I duellanti” – Un contributo critico

di LUCA LENZINI
 

 
Sull’attendibilità di Bilenchi come biografo di Landolfi la figlia dello scrittore, Idolina, nutriva più di qualche dubbio, complice fra l’altro quella disposizione all’aneddoto e alla storia colorita che chi ha conosciuto lo scrittore di Colle val d’Elsa (e forse anche chi, semplicemente, è nato o è vissuto qualche tempo nella provincia senese) riconosceva e riconosce come fonte d’ispirazione per le sue prose impeccabili degli ultimi anni. Tuttavia, qui Luca Lenzini può esibire i documenti e incrociare le testimonianze di coloro che, volenti o nolenti, hanno partecipato all’improbabile disfida fra Luzi e Delfini; sicché l’espressione landolfiana passata in proverbio, così carica di umori teatrali “da operetta”, andrà presa per buona e messa in conto, sul piano linguistico, al singolare impasto della lingua (anche parlata) di Landolfi, mentre sul piano personale si potrà ricordare quella vena di beffardo sadismo che lo rendeva temibile agli amici e sodali delle Giubbe rosse. A proposito di Delfini, si ricordi almeno il malevolo articolo sul Ricordo della basca uscito sulla rivista «Circoli», a. VIII, n. 11, novembre 1939; mentre dal lato opposto si veda il racconto di DELFINI, Lo scrittore, in ID., La Rosina perduta, Firenze, Vallecchi, 1957 e poi in ID., Manifesto per un partito conservatore e comunista e altri scritti, a cura di C. GARBOLI, Milano, Garzanti, 1997.
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Landolfi inventore di lingue

di PAOLO ALBANI

 
 

1.   Non fa meraviglia che uno scrittore come Tommaso Landolfi si sia cimentato nell’invenzione di lingue considerando che ha allestito il suo personalissimo stile ponendo grande attenzione al linguaggio, preso tra il mascheramento di una lingua alta ottocentesca del tutto letteraria e un tono discorsivo basso che rimanda al parlato (apparente dicotomia messa in luce da Gianfranco Contini che definì Landolfi un «ottocentista eccentrico in ritardo»), con un uso originale e suggestivo di letterarismi, arcaismi, toscanismi, neoformazioni e particolari allomorfi(1).
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Autoantologia landolfiana – Quattro contributi

di ANTONIO PRETE
 

 

La piccola silloge che qui si propone offre un quadro d’insieme complesso della figura di Tommaso Landolfi. Quasi a ricostruire le tappe di un dialogo tra l’autore e il suo lettore d’eccezione, Antonio Prete, questi scritti eterogenei sono accomunati da un’identica, appassionata volontà interpretativa.
 

 

 
COSMOGRAFIE LANDOLFIANE
 

 
Fisica e metafisica lunare
 

La cosmografia dei romantici dava allo stupore uno sfondo metafisico, trasformando la contemplazione in interrogazione ultima: il notturno lunare era il teatro di una esplorazione dell’interiorità o, come accadeva meravigliosamente in Leopardi, lo spazio scenico di una meditazione sulla transitorietà dell’uomo e delle cose. Acquisto di un punto di estrema lontananza dal quale osservare l’insignificanza del mondo. La cosmografia di Landolfi accoglie la tensione metafisica e interrogativa delle poetiche romantiche, ma ne svolge, amplificando fino alla consapevole maniera e all’artificio, la tessitura ironica, teatralmente grottesca, e insieme perturbante. Un dialogo assiduo con la cosmografia leopardiana agisce nella scrittura di Landolfi. E infatti la leopardiana oscillazione, o meglio tensione, tra affabulazione e parodia, tra modi fantastici e ansia metafisica diventa in Landolfi la misura di uno stile e di una ricerca. Per questo il giudizio del Signor Giacomo Leopardi è messo in scena, con una filosofica mimesi di scrittura, in appendice alla Pietra lunare, il bellissimo racconto del ’37. La luna landolfiana è osservata, leopardianamente, nella sua ambivalenza: divina e familiare, enigmatica e prossima, sovrana e compagna. È su questo sfondo che prende forma la dimensione ctonia, oscura, dell’elemento lunare. La sovranità pensosa e amicale della luna leopardiana nella Pietra lunare è in certo senso umanizzata e insieme animalizzata, cioè è portata verso la terrestrità corporea dell’amore. Gurù è certo una creatura lunare, che si muove in relazione costante con il sorgere e tramontare della luna, ma è anche, come in un teatro gnostico, emanazione corporea della divinità lunare. Figura della compresenza di luce e oscurità che è propria della luna: angelo e demone. La rappresentazione del fantastico, da Poe a Hoffmann a Gautier a Dostoevskij a Maupassant – è questa una sezione della biblioteca landolfiana – ha sempre mostrato l’estraneo come familiare, il misterioso come prossimo e transitabile: l’effetto, freudianamente, come ormai diciamo, della perturbante compresenza diventa elemento di tensione propria del fatto narrativo. La luce lunare di Landolfi non vela e rivela le cose, come quella leopardiana, non è, contemporaneamente, nascondimento e rivelazione, ma è una luce per così dire “maladive” – analoga in questo al profumo dei baudelairiani Fiori del male – e per questo avvolge le cose, come accade nel racconto L’impero della luna (nel Principe infelice) in un bagliore di diamanti che però è come una grande nebbia: tutto è irreale in quello scintillio d’alabastro, in quell’abbaglio vitreo, e gli abitanti sono malati di chiardilunaMaladive è la luce lunare, ma quella solare può essere mortale: nel racconto Colpo di sole l’abbaglio della luce che sopravviene è descritto dal punto di vista della civetta, che via via, dissipandosi l’oscurità, è invasa da nausea e malinconia e strazio finché non “sprofonda nella luce bianca della morte”.
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L’azzardo felice – il “Preferirei di sì” di Tommaso Landolfi

di VALENTINA GIANFRANCESCO
 

 

Qualche mese fa lo scrittore americano Philip Roth, quasi ottantenne e con trentuno libri alle spalle, ha dichiarato la sua resa bartlebyana alla penna.
Un post-it sul suo computer gli annuncia che la lotta con la scrittura stava volgendo a una conclusione  e che d’ora in avanti, finalmente, avrebbe potuto “godersi la vita”. «So che non riuscirò più a scrivere bene come scrivevo prima. Non ho più la forza per sopportare la frustrazione. Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione». Quasi a voler giustificare il proprio gesto, Roth elenca le pene del mestiere di scrittore e ricorda un cavaliere in pensione, il cui destino, ormai tristemente segnato, lo consegna a una vecchiaia tutto sommato tranquilla in compagnia della sua spada spezzata.
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