Estratto da un articolo di M. Farina (in «Italienisch» 73, 2015)

 
 
Di seguito si propone un estratto dall’articolo di Mariagrazia Farina, Tommaso Landolfi e il «Bischeraccio della rosa». Hugo von Hofmannsthal tradotto dallo scrittore di Pico, pubblicato sul numero di maggio 2015 (n. 73) della rivista «Italienisch».
 

 
Le traduzioni hofmannsthaliane di Tommaso Landolfi, ad oggi quasi totalmente ignorate dalla critica, rappresentano testi di raro valore nel panorama delle traduzioni italiane di opere di lingua tedesca, sia perché contribuiscono alla diffusione degli scritti di un poeta difficile e quasi sconosciuto nell’Italia del Fascismo e del dopoguerra, sia perché nei loro esiti propongono un esempio particolarmente alto di quella «interpretazione riproduttiva» di cui si legge nelle moderne teorie ermeneutiche e della traduzione (1).

[…] Quella di Landolfi non è, in effetti, la prima traduzione del libretto d’opera hofmannsthaliano. Nello stesso anno in cui viene pubblicato il testo originale, ossia nel 1910, esce una prima traduzione italiana a cura del librettista e poeta Ottone Schanzer (1877–1935) (2). Le due traduzioni, quella di Landolfi e quella di Schanzer, sono molto diverse tra loro, ed è proprio dal confronto tra le due che risaltano maggiormente le caratteristiche dello stile di Landolfi, la cui traduzione risulta inequivocabilmente migliore di quella di Schanzer, non solo sul piano della resa formale, ma anche per il modo in cui lo scrittore di Pico è stato in grado di restituire lo spirito originale che anima il libretto di Hofmannsthal.

[…] nonostante l’antipatia nutrita tanto per il testo quanto per il suo autore e la fretta con cui è solito dedicarsi alla traduzione, Landolfi non è per niente un traduttore improvvisato.

[…] Grazie a certe strategie Landolfi riesce […] a mantenersi vicinissimo alla caratterizzazione linguistica dell’originale e, di conseguenza, a creare l’effetto voluto da Hofmannsthal. L’immagine di unità nella varietà, che quest’ultimo riesce a creare con il suo Rosenkavalier, si riproduce perfettamente nel Cavaliere italiano di Tommaso Landolfi. A tale effetto contribuisce anche l’uso di un lessico molto variegato che, spaziando da parole gergali ad altre auliche e straniere, restituisce pienamente la stratificazione sociale della società viennese del Diciottesimo secolo e, di conseguenza, quell’eterogeneità, che è tratto caratterizzante dell’originale. Nel ‹suo› Rosenkavalier Landolfi ha dunque ricostruito fedelmente l’atmosfera di una Vienna imperiale che può essere considerata la protagonista silenziosa ma onnipresente dell’opera e che Ottone Schanzer non era stato in grado di far ‹vedere› ai lettori ed agli spettatori italiani del tempo con altrettanta chiarezza.

 

NOTE

 
   (1) Il concetto, che definisce nello specifico la traduzione, è di Emilio Betti (Teoria generale dell’interpretazione [1955], Milano 1990, vol. II, p. 637), ma riassume e individua per molti aspetti anche le più recenti posizioni di Umberto Eco, cfr. Id., Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano 2003.

   (2) Tra le sue opere si ricordano Beatrice Cenci: tragedia lirica in 3 atti, Il romanzo di Capri e La leggenda delle sette torri: opera in un atto.