Autoantologia landolfiana – Quattro contributi

di ANTONIO PRETE
 

 

La piccola silloge che qui si propone offre un quadro d’insieme complesso della figura di Tommaso Landolfi. Quasi a ricostruire le tappe di un dialogo tra l’autore e il suo lettore d’eccezione, Antonio Prete, questi scritti eterogenei sono accomunati da un’identica, appassionata volontà interpretativa.
 

 

 
COSMOGRAFIE LANDOLFIANE
 

 
Fisica e metafisica lunare
 

La cosmografia dei romantici dava allo stupore uno sfondo metafisico, trasformando la contemplazione in interrogazione ultima: il notturno lunare era il teatro di una esplorazione dell’interiorità o, come accadeva meravigliosamente in Leopardi, lo spazio scenico di una meditazione sulla transitorietà dell’uomo e delle cose. Acquisto di un punto di estrema lontananza dal quale osservare l’insignificanza del mondo. La cosmografia di Landolfi accoglie la tensione metafisica e interrogativa delle poetiche romantiche, ma ne svolge, amplificando fino alla consapevole maniera e all’artificio, la tessitura ironica, teatralmente grottesca, e insieme perturbante. Un dialogo assiduo con la cosmografia leopardiana agisce nella scrittura di Landolfi. E infatti la leopardiana oscillazione, o meglio tensione, tra affabulazione e parodia, tra modi fantastici e ansia metafisica diventa in Landolfi la misura di uno stile e di una ricerca. Per questo il giudizio del Signor Giacomo Leopardi è messo in scena, con una filosofica mimesi di scrittura, in appendice alla Pietra lunare, il bellissimo racconto del ’37. La luna landolfiana è osservata, leopardianamente, nella sua ambivalenza: divina e familiare, enigmatica e prossima, sovrana e compagna. È su questo sfondo che prende forma la dimensione ctonia, oscura, dell’elemento lunare. La sovranità pensosa e amicale della luna leopardiana nella Pietra lunare è in certo senso umanizzata e insieme animalizzata, cioè è portata verso la terrestrità corporea dell’amore. Gurù è certo una creatura lunare, che si muove in relazione costante con il sorgere e tramontare della luna, ma è anche, come in un teatro gnostico, emanazione corporea della divinità lunare. Figura della compresenza di luce e oscurità che è propria della luna: angelo e demone. La rappresentazione del fantastico, da Poe a Hoffmann a Gautier a Dostoevskij a Maupassant – è questa una sezione della biblioteca landolfiana – ha sempre mostrato l’estraneo come familiare, il misterioso come prossimo e transitabile: l’effetto, freudianamente, come ormai diciamo, della perturbante compresenza diventa elemento di tensione propria del fatto narrativo. La luce lunare di Landolfi non vela e rivela le cose, come quella leopardiana, non è, contemporaneamente, nascondimento e rivelazione, ma è una luce per così dire “maladive” – analoga in questo al profumo dei baudelairiani Fiori del male – e per questo avvolge le cose, come accade nel racconto L’impero della luna (nel Principe infelice) in un bagliore di diamanti che però è come una grande nebbia: tutto è irreale in quello scintillio d’alabastro, in quell’abbaglio vitreo, e gli abitanti sono malati di chiardilunaMaladive è la luce lunare, ma quella solare può essere mortale: nel racconto Colpo di sole l’abbaglio della luce che sopravviene è descritto dal punto di vista della civetta, che via via, dissipandosi l’oscurità, è invasa da nausea e malinconia e strazio finché non “sprofonda nella luce bianca della morte”.
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L’azzardo felice – il “Preferirei di sì” di Tommaso Landolfi

di VALENTINA GIANFRANCESCO
 

 

Qualche mese fa lo scrittore americano Philip Roth, quasi ottantenne e con trentuno libri alle spalle, ha dichiarato la sua resa bartlebyana alla penna.
Un post-it sul suo computer gli annuncia che la lotta con la scrittura stava volgendo a una conclusione  e che d’ora in avanti, finalmente, avrebbe potuto “godersi la vita”. «So che non riuscirò più a scrivere bene come scrivevo prima. Non ho più la forza per sopportare la frustrazione. Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione». Quasi a voler giustificare il proprio gesto, Roth elenca le pene del mestiere di scrittore e ricorda un cavaliere in pensione, il cui destino, ormai tristemente segnato, lo consegna a una vecchiaia tutto sommato tranquilla in compagnia della sua spada spezzata.
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Landolfi senza luna

di ELENA FRONTALONI
 

 

Dei versi di Umberto Saba, Giovanni Raboni apprezzava soprattutto la levigatezza immediata del dire, nemica del critico-scalatore che si getta sulle oscurità del testo poetico per comprenderlo e spiegarlo (complicarlo) con affilati strumenti d’analisi formale. Tra gli strumenti nemmeno tanto affilati, c’è la ricerca delle fonti e delle citazioni dai classici; e quando si tentano simili operazioni per testi poetici del Novecento, stilare la tabella dei debiti dai Canti di Leopardi sembra un passaggio ghiotto e obbligato. Ghiottissimo il caso delle poesie di Tommaso Landolfi: una recente edizione di Viola di morte (diario in versi e prima raccolta poetica dello scrittore di Pico, del 1972, uscita di nuovo nel 2011 per Adelphi) dimostra come questo libro sia costruito interamente col linguaggio della tradizione letteraria e assai ricco di riferimenti leopardiani. Peccato che questi ultimi siano in più occasioni fin troppo smaccati. Il risultato è che in maniera speculare ma al contempo simile di come può capitare con Saba, il critico-scalatore viene disarmato da Viola di morte perché il prestito, o il tradimento, è spesso talmente riconoscibile da dar l’impressione di nascondere qualcos’altro – anche solo un ghigno («par quasi io conosca Leopardi e la sua opera, come deve aver affermato un recensore buontempone», si legge in uno dei primi appunti di Rien va, diario in prosa pubblicato da Landolfi nel 1963).
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