Da “Gli anelli di Saturno”, di Alessandro Gaudio

 

 
Gli scritti pubblicati di seguito sono estratti dall’agenda di filosofia della letteratura redatta settimanalmente da Alessandro Gaudio per l’«Eco dei monti» (storica testata fondata a Nicosia, in Sicilia, nel 1905), che ha per titolo Gli anelli di Saturno. Il progetto complessivo, come scrive l’autore, «prevede di ricostruire un percorso all’interno della cultura del Novecento che, attraverso sintetici riferimenti alla letteratura, alla filosofia, alla psicanalisi, alla storia dell’arte e alla fotografia, discuta alcune delle questioni essenziali sulle quali si è interrogata la civiltà capitalistica durante il secolo scorso. Le problematiche sottolineate da Landolfi si uniscono a quelle sollevate da Musil, Trakl, Wittgenstein, Bernhard, Sebald, Volponi, Morselli e altri, formando un sistema di rimandi che, spesso dialetticamente, consente di considerare, da punti di vista inediti, la complessità della cultura moderna».
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Dall’Introduzione a La lingua-pelle di Tommaso Landolfi

 

 
La lingua, sfinge che incanta l’intera opera narrativa landolfiana, palese chimera inseguita durante la stesura dei diari, è soggetto fondamentale alla decifrazione del “personaggio” e dell’uomo Landolfi. Non solo e non tanto la lingua in falsetto, artata, manierata, e come tale studiata nel cavo di ogni sua piega allo scopo di realizzare una prosa unica per accuratezza e complessità del vocabolario, bensì una lingua più concretamente falsa; una lingua (come lo stesso Landolfi ebbe a definirla nella BIERE) «falsamente classicheggiante, falsamente nervosa, falsamente sostenuta, falsamente abbandonata»: falsa in tutti i sensi, dunque falsa per vocazione. Dove all’aggettivo in questione non si fornisse un mero significato negativo – che d’altronde testimonia lo sfumare del dilemma in tragedia, posto che alla scrittura, come alla vita, una armonizzazione tra forma e contenuto non possa imporsi –, si scoprirebbe però, all’origine della falsità, la finzione. E, infine, se il risvolto esterno della poiesis, della creazione, coincide necessariamente con la finzione, va da sé che la falsità della scrittura è prigione da cui non si evade, e che anzi costituisce sì un limite all’espansione dello spirito poetico, ma come un’entità che nel contempo preserva ed incarcera.
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Un estratto dal libro di Antonio Prete, “A l’ombre de l’autre langue. Pour un art de la traduction”

 

 
Il sogno e il delirio (sua variante vigile, dunque perversa) costituiscono, per così dire, i fuochi attorno cui la ricerca linguistica di Landolfi ruota senza sosta, a quella stessa distanza costante e tremenda con cui la navicella di Cancroregina ruota attorno alla Terra: il sogno leopardiano di poetica purezza primigenia, che si tenta consci della sua impossibile realizzazione; il delirio insito nella volontaria, anzi programmatica evasione del senso, il quale è denuncia di un sogno svanito nelle tenebre chiare della veglia. Al di là dello scoglio apparentemente insormontabile del significato mancato, dell’insensato prodotto da sogni e deliri, il Landolfi del Dialogo dei massimi sistemi, a mezzo fra il divertissement contagioso à la Carroll e l’universalismo di Finnegans Wake, fa scorgere al lettore uno spazio incontaminato di essenze: l’apparentemente intraducibile, allora, diventa il già tradotto, forma in sé sostanziale dacché esprime una creatività svincolata dalla logica consuetudinaria.
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Il “Landolfo”, Landolfi, i Landolfi.

 di DANIELE VISENTINI
 

 

È probabilmente noto ai lettori di Tommaso Landolfi, e indubbiamente è assai noto ai suoi interpreti e critici, il giudizio espresso dall’autore in una rara intervista televisiva circa il suo Landolfo VI di Benevento. Incalzando egli stesso l’intervistatore a chiedergli quale fosse il libro prediletto tra i suoi, e perciò programmando questo speciale verdetto con qualche anticipo, Landolfi asserisce senza tentennamenti che «Il Landolfo […] è senz’altro il suo migliore libro e, per conseguenza, è il meno apprezzato»(1).
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Landolfi inventore di lingue

di PAOLO ALBANI

 
 

1.   Non fa meraviglia che uno scrittore come Tommaso Landolfi si sia cimentato nell’invenzione di lingue considerando che ha allestito il suo personalissimo stile ponendo grande attenzione al linguaggio, preso tra il mascheramento di una lingua alta ottocentesca del tutto letteraria e un tono discorsivo basso che rimanda al parlato (apparente dicotomia messa in luce da Gianfranco Contini che definì Landolfi un «ottocentista eccentrico in ritardo»), con un uso originale e suggestivo di letterarismi, arcaismi, toscanismi, neoformazioni e particolari allomorfi(1).
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