Proponiamo qui una parte del saggio di Michele Mari su Tommaso Landolfi, incluso nella raccolta I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, Milano, 2017). Il saggio è apparso originariamente nel volume La Liquida vertigine: atti delle Giornate di studio su Tommaso Landolfi (Olschki, Firenze, 2002) con il titolo Tre forme della fantasia landolfiana e ripubblicato per Il Saggiatore in una forma differente. Il brano che qui presentiamo si riferisce alla prima di queste tre forme e si muove intorno al tema della “casa”. Ringraziamo l’editore e l’autore per averci concesso la possibilità di pubblicare questo estratto.
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Per i dieci anni dalla scomparsa di Idolina Landolfi (1958-2008) si è tenuta a Firenze la manifestazione “Incandescente la mia scrittura. Su/Per Idolina Landolfi (16-24 maggio 2018)” organizzata dall’Archivio per la memoria e scrittura delle donne in collaborazione con l’Università degli Studi e l’Archivio di Stato di Firenze e con la Commissione delle Pari Opportunità della Regione Toscana. Nel corso delle giornate si è svolto un Seminario di studi e si sono tenute letture dall’opera di Idolina a cura della Plantago Associazione Culturale. Dal seminario è nato il volume “Quando ero mio padre”. Su/Per Idolina Landolfi curato da Ernestina Pellegrini e Diego Salvadori (Firenze, Florence Art Edizioni, 2018). Si riporta di seguito la quarta di copertina.
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Nel brano proposto, Giuseppe Sandrini getta luce su due percorsi letterari e intellettuali apparentemente distanti l’uno dall’altro, scoprendoli paralleli: quelli di Giacomo Leopardi e di Tommaso Landolfi. Riprendendo e ampliando l’intuizione espressa da Italo Calvino nella lettura critica che accompagna Le più belle pagine di Tommaso Landolfi, Sandrini non ripiega però verso una analisi di singole tematiche comuni ai due autori, o verso meri riscontri biografici, scegliendo piuttosto la via dell’indagine filosofica; in particolare, il punto nevralgico in cui la speculazione leopardiana e quella landolfiana parrebbero convergere riguarda l’indagine sulla natura profonda del linguaggio, che per ambo gli autori conserva una larvata, eppure grandiosa porzione di inesprimibilità. Il Landolfi inventore di linguaggi ‘personali’, così come il Leopardi che riconosce, dialetticamente tra le pagine dello Zibaldone e figurativamente nei Canti, l’impossibilità di uscire dalla dimensione linguistica (e dunque gnoseologica) di un diuturno “forse” sembrano affermare, certamente in epoche diverse e con modalità non sovrapponibili, un’analoga tensione a sciogliere la contraddittoria natura dell’espressione linguistica, perennemente tesa tra la necessità di rispecchiare la realtà e la volontà di tradurre quest’ultima in pensiero poetico.
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Troppo spesso Landolfi è stato etichettato come “epigono”. Se la definizione contiene una parte di verità, d’altro lato non rende ragione dell’attenzione che varie generazioni di scrittori hanno manifestato verso un autore a lungo trascurato, per contro, dalla critica e dall’editoria (si leggano gli interventi raccolti nel volume curato da Andrea Cortellessa Scuole segrete, che sta per essere ristampato da L’Orma). In questo senso, il rapporto di Tommaso Pincio con Landolfi ha qualcosa di paradigmatico. Non si tratta, almeno all’inizio, di un’influenza diretta (quando, come racconterà egli stesso in un altro scritto landolfiano – raccolto nel 2011 in Hotel a zero stelle -, qualcuno gli fece notare le analogie tra Lo spazio sfinito e Cancroregina, Pincio aveva ancora una conoscenza superficiale dell’opera di Landolfi), quanto piuttosto di una affinità più occulta, sostanziata da una comune appartenenza a una certa linea non-realistica della nostra letteratura. Dall’uscita di Lo spazio sfinito (pubblicato per la prima volta nel 2000) a oggi, l’interesse di Pincio per Landolfi (i due autori hanno in comune anche il fatto di essere entrambi scrittori-traduttori) è sensibilmente cresciuto, tant’è che una delle più fortunate tra le sue opere successive, Un amore dell’altro mondo (2002), sembra riecheggiare, nel titolo, un noto volume landolfiano. In queste considerazioni sul tipo del Landolfo, pubblicate recentemente nel suo blog (https://tommasopincio.net/), Pincio racconta, tra l’altro, sia gli aspetti che lo distinguono da Landolfi, sia le affinità che sente di avere con lui, percepibili anche nel singolare e suggestivo ritratto pittorico che accompagna queste pagine.
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Di seguito si propone l’articolo landolfiano di Niccolò Galmarini, critico e traduttore, recentemente insignito del Premio Raduga per le traduzioni letterarie dal russo.
 

Tommaso Landolfi rappresenta un vero unicum, nonché una delle figure più interessanti e complesse del Novecento letterario italiano. A contribuire all’assoluta originalità di Landolfi hanno senza dubbio concorso la sua formazione da slavista e il rapporto con le lettere russe, che lo accompagnarono per tutta la vita, dagli anni fiorentini alla maturità, quando l’attività di traduzione, seppur guardata con insofferenza, fu il suo principale mezzo di sostentamento, oltre a costituire uno dei campi in cui la grandezza di Landolfi si manifestò con maggior fulgore. Nella sua opera scrittura “originale” e scrittura “tradotta” appaiono in costante dialogo e possono essere considerate e studiate in quanto espressioni di una comune sensibilità letteraria; lo dimostrano non solo le scelte traduttive operate da Landolfi, ma anche i molteplici parallelismi fra i testi da lui tradotti e la sua produzione originale in italiano, spesso segnati da contiguità cronologica (1). Di fatto, pur nel rispetto del criterio filologico e della specificità dell’opera di ciascun autore, la traduzione è sempre stata per Landolfi parte integrante del processo creativo.
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